Siamo tutti un po’ immigrati.

Ho aperto il blog dopo un po’ di tempo e mi sono accorta che è passato più di un mese dall’ultima volta che ho scritto, ma sembrava molto meno. Il tempo qui passa in fretta, veloce come i mutamenti che porta con sè.

Che cosa cambiava in un mese di lavoro a Milano? Niente, o quasi: certezze, stress, lavoro, abitudini, camera, pasti, letto… sempre gli stessi. Che cosa è cambiato in un mese di quasi – cazzeggio su e giù per l’Australia? Di tutto.

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Cambiare.

I giorni si susseguono, uno dopo l’altro, quasi tutti uguali. La pioggia ha lasciato posto a un sole bellissimo. Comincio ad avere qualche abitudine. Abitudini nuove, ma sempre pericolose: credo che siano proprio queste che cominciano a legarci irrimediabilmente a un luogo e che rendono il distacco piacevolmente doloroso.

Piacevole perchè la partenza da qualsiasi luogo rappresenta una rinascita e l’inseguimento di un sogno o di se stessi. Un sapore agrodolce, dietro cui si cela il dolore inevitabile della partenza: l’interruzione delle connessioni che necessariamente si creano e la paura di dover ricostruire tutto da capo, un’altra volta.

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Partire, arrivare, ambientarsi

Scendiamo dall’aereo, dopo 3 giorni di viaggio, ed eccoci arrivati dall’altra parte del mondo. Forse solo adesso abbiamo realizzato che le sorti di questa lunghissima vacanza gravano esclusivamente sulle nostre spalle.
Brisbane, Queensland, caldo umido e ancora troppi pochi elementi per giudicarla. Una cosa mi colpisce in particolar modo: il cielo. Un cielo che, con il sole e con le stelle, si apre in un orizzonte sconfinato che cerca di far capire a chi sta ammirando il suo spettacolo la giusta dimensione delle cose. Il cielo contro cui si staglia lo skyline moderno e un po’ americano di Brisbane.

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